di Paolo Longobardi, Presidente onorario Unimpresa
L’Europa ha deciso di fare sul serio sulla difesa. Dopo anni di velleità e dichiarazioni di intenti, il nuovo piano ReArm Europe della Commissione Europea punta a rafforzare le capacità militari dell’Unione nel periodo 2025-2030. Un passo inevitabile, dettato dalla crescente instabilità geopolitica ai confini orientali e dalla necessità di svincolarsi almeno parzialmente dal tradizionale ombrello protettivo della NATO, sempre più condizionato dalle incertezze della politica americana. Tuttavia, dietro l’ambizione strategica di ReArm Europe si nasconde una realtà ben più problematica, fatta di costi ingenti, governance incerta e una divisione tra Stati membri che potrebbe compromettere il successo dell’intero progetto.
Il piano di finanziamento di ReArm Europe si fonda su sei pilastri che, sulla carta, sembrano delineare una strategia articolata e ben definita. La realtà è però diversa. Il piano ReArm Europe, nei fatti, scarica l’onere del finanziamento sui bilanci nazionali. La Commissione, che formalmente dovrebbe avere un ruolo di coordinamento, appare come un semplice facilitatore. Saranno infatti gli Stati membri a dover decidere in che misura partecipare agli investimenti, senza una regia comune e con evidenti squilibri tra Paesi.
La Francia e la Germania sono chiaramente le nazioni più determinate a guidare questa iniziativa, affiancate dai Paesi baltici, dalla Finlandia e dalla Svezia, direttamente esposti alla minaccia russa. Altri Paesi, come l’Italia, appaiono molto più cauti. La ragione è evidente: le finanze pubbliche italiane, già appesantite da un debito oltre il 140% del PIL, non consentono grandi margini di manovra. Destinare una quota dell’1,5% del PIL alla spesa militare significherebbe tagliare risorse ad altri settori strategici come la sanità, l’istruzione e le infrastrutture. Non solo. Gli Stati Uniti, con una presidenza incerta e un possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno più volte lanciato segnali chiari: l’Europa deve camminare sulle proprie gambe. Il che significa che l’aumento della spesa militare europea non è solo una questione di bilanci nazionali, ma anche un tentativo di ribilanciare il rapporto di forza all’interno della NATO.
A tutto questo si aggiunge un altro problema strutturale: l’industria della difesa europea è ancora fortemente dipendente dalle importazioni di armamenti, soprattutto dagli Stati Uniti. Il documento della Commissione parla di ridurre questa dipendenza entro il 2030, ma il tempo stringe. Le capacità produttive europee nel settore militare sono limitate e frammentate, e la produzione di armamenti richiede investimenti tecnologici e infrastrutturali che non si costruiscono dall’oggi al domani. La stessa Airbus, per esempio, è fortemente legata alla supply chain americana. Pensare di costruire un sistema di difesa autonomo in meno di un decennio appare quindi più un auspicio che una possibilità concreta.
ReArm Europe è un piano necessario, ma mal concepito. La spinta verso una difesa comune è un passo obbligato in un contesto geopolitico in rapido deterioramento. Tuttavia, la mancanza di una chiara regia politica, il disallineamento tra Stati membri e la fragilità del sistema di finanziamento potrebbero trasformare questa iniziativa in un’arma a doppio taglio. La storia recente ci insegna che la difesa europea ha già fallito in passato per mancanza di coesione politica e per divergenze strategiche tra gli Stati membri. Senza un coordinamento forte e una chiara ripartizione degli oneri finanziari, anche ReArm Europe rischia di trasformarsi in un libro dei sogni. Un piano di difesa basato su progetti congiunti tra Stati che non condividono la stessa visione strategica è una contraddizione in termini. L’Europa ha bisogno di difendersi, questo è certo. Ma per farlo deve prima capire chi è disposta a difendere — e chi è disposta a pagare il prezzo di questa difesa.
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