di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Negli ultimi anni, il sistema dei pagamenti in Italia ha subito una trasformazione radicale. L’avanzata dei pagamenti digitali, favorita dalla diffusione capillare di smartphone, app bancarie e piattaforme di pagamento online, ha cambiato profondamente le abitudini dei consumatori e delle imprese. La pandemia ha impresso un’accelerazione straordinaria a questo processo, spingendo anche le fasce di popolazione meno inclini alla digitalizzazione a ricorrere ai pagamenti elettronici. I numeri parlano chiaro: il volume dei pagamenti digitali in Italia è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi cinque anni, raggiungendo livelli paragonabili a quelli di altri grandi paesi europei. Carte di credito, bancomat, app di pagamento, bonifici istantanei e sistemi di pagamento contactless sono diventati strumenti quotidiani, tanto che la cosiddetta “cashless society” non sembra più un’utopia lontana, ma una prospettiva concreta e imminente.
Eppure, dietro questa apparente modernizzazione si nascondono rischi non irrilevanti. I dati degli ultimi giorni dicono che i “ladri digitali” hanno rubati agli italiani, negli ultimi tre anni, oltre mezzo miliardo di euro. C’è poi una serie di criticità strutturali che pone una domanda di fondo: l’Italia è davvero pronta a una transizione digitale completa nei pagamenti?
Il passaggio al digitale ha indubbiamente prodotto una serie di vantaggi tangibili. La comodità di poter effettuare un pagamento con un semplice clic, la tracciabilità delle operazioni e la possibilità di integrare i sistemi di pagamento con le piattaforme di e-commerce e con le app di gestione finanziaria hanno semplificato la vita di consumatori e imprese. Tuttavia, il rapido sviluppo della finanza digitale ha portato con sé un’altra conseguenza meno positiva: l’aumento vertiginoso delle frodi informatiche e delle truffe digitali. I numeri degli ultimi mesi, come accennato, mostrano un quadro allarmante: i tentativi di phishing, smishing e frodi tramite home banking sono aumentati in maniera esponenziale, così come le clonazioni di carte e le truffe nei pagamenti online. I criminali informatici, sfruttando le vulnerabilità dei sistemi di sicurezza e la scarsa alfabetizzazione digitale di una parte della popolazione, sono riusciti a mettere a segno attacchi sempre più sofisticati, colpendo non solo i singoli consumatori, ma anche le imprese e gli stessi istituti di credito. L’uso di malware, l’infiltrazione nei sistemi di pagamento contactless e le truffe tramite QR code sono solo alcune delle tecniche più diffuse. Il risultato è che, sebbene la tecnologia stia spingendo verso un sistema di pagamenti completamente digitalizzato, la sicurezza non sta tenendo il passo con la velocità della trasformazione. E questo apre una questione cruciale: è possibile promuovere una transizione digitale completa senza prima rafforzare le difese contro le frodi e garantire un adeguato livello di sicurezza per gli utenti?
Un altro aspetto critico riguarda l’inclusione finanziaria. La spinta verso una società cashless rischia di creare una frattura sociale tra chi ha pieno accesso agli strumenti digitali e chi, per ragioni economiche, anagrafiche o culturali, è tagliato fuori da questa rivoluzione. Nonostante la diffusione degli smartphone, esistono ancora milioni di italiani, soprattutto nelle fasce più anziane e nei piccoli centri, che non dispongono di strumenti digitali adeguati o che non sono in grado di utilizzarli correttamente. Per questi soggetti, il contante resta l’unico strumento di pagamento realmente accessibile e sicuro. Spingere troppo rapidamente verso una completa digitalizzazione dei pagamenti potrebbe quindi creare una forma di esclusione sociale, con il rischio di penalizzare proprio le fasce di popolazione più deboli. Un sistema finanziario moderno ed efficiente non può permettersi di lasciare indietro nessuno.
Criminalizzare il contante è un errore
Negli ultimi anni, in Italia e in Europa, si è assistito a una crescente pressione normativa per ridurre l’uso del contante. I limiti ai pagamenti in contanti, le campagne di incentivazione dei pagamenti digitali e la spinta delle istituzioni verso la tracciabilità delle transazioni sono stati giustificati con l’obiettivo di contrastare l’evasione fiscale e le attività illecite. Tuttavia, questa narrazione presenta almeno due punti deboli. Primo: non esiste una correlazione diretta e automatica tra uso del contante ed evasione fiscale. In Germania, per esempio, il contante è utilizzato in misura molto maggiore che in Italia, ma il tasso di evasione fiscale è più basso. Secondo: la criminalizzazione del contante rischia di colpire in modo sproporzionato proprio chi ha meno accesso agli strumenti digitali. Gli anziani, le persone con redditi bassi e chi vive in aree rurali o isolate spesso si affidano al contante per le spese quotidiane. Costringerli a passare ai pagamenti digitali significherebbe privarli di una libertà essenziale. Un sistema finanziario sano ed efficiente non deve demonizzare il contante, ma offrire una coabitazione equilibrata tra strumenti digitali e contante. La libertà di scelta nei mezzi di pagamento è una componente fondamentale della sovranità economica individuale.
L’idea di una società completamente cashless è affascinante dal punto di vista tecnologico e amministrativo, ma rischia di essere una chimera pericolosa se il sistema non sarà in grado di garantire: sicurezza totale nei pagamenti digitali; inclusione finanziaria per tutte le fasce di popolazione; libertà di scelta nei mezzi di pagamento. L’esperienza di altri paesi dimostra che una transizione digitale completa richiede tempi lunghi e un piano strategico ben definito. La Svezia, spesso citata come modello per la riduzione dell’uso del contante, ha avviato la digitalizzazione dei pagamenti più di dieci anni fa, ma non ha mai imposto limitazioni rigide al contante. La Gran Bretagna ha introdotto strumenti di pagamento digitale diffusi e avanzati, ma ha mantenuto la possibilità di utilizzare il contante in ogni settore economico. L’Italia, invece, sembra voler accelerare senza prima affrontare le criticità strutturali del sistema: la sicurezza, l’inclusione e la libertà di scelta. Spingere verso una digitalizzazione totale senza prima risolvere queste fragilità significa rischiare di costruire un sistema di pagamento instabile, esposto alle frodi e incapace di garantire una piena accessibilità a tutti i cittadini.
L’Italia ha senza dubbio compiuto progressi straordinari nella digitalizzazione dei pagamenti, ma il cammino verso una società cashless è ancora lungo e pieno di insidie. La sicurezza informatica, l’inclusione finanziaria e la libertà di scelta devono essere le colonne portanti di questa transizione. Forzare una digitalizzazione completa, demonizzando il contante e ignorando le vulnerabilità strutturali del sistema, potrebbe trasformare un’opportunità di modernizzazione in una fonte di disuguaglianze e rischi. La modernità non si misura dalla velocità con cui si abbandona il contante, ma dalla capacità di costruire un sistema di pagamento sicuro, accessibile e realmente democratico.
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